Alessio Forgione – Un Natale

Tre mesi dopo l’uscita di Napoli mon amour, il suo romanzo d’esordio, Alessio Forgione vuole ringraziare i suoi lettori con un regalo: un racconto di Natale inedito tutto per voi.

Buone feste, ci si rivede a gennaio!

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Il tipo urla e dice che sono quindici le sterline rimaste sul suo conto e con quelle deve arrivare fino a mercoledì perché è mercoledì che lo pagheranno.
Oggi è lunedì, domenica sarà la vigilia di Natale e non le parlo da una settimana.
Le ho chiesto se avesse capito cosa ne dovessimo fare delle nostre vite.
«Non lo so» mi ha detto.
Le ho chiesto che problema avesse col seguire una strada diritta.
«Non lo so» mi ha detto.
Le ho chiesto se ci fosse una cosa che sapesse e mi ha risposto di andare a fanculo ed io ho pensato che a fanculo c’ero già andato.
Il tipo urla di nuovo. «Ti farò un unico assegno, un unico assegno» dice e poi sento l’altra voce attraverso il microfono del suo telefono: è piccola e lontana e metallica.
Mi volto a guardarlo e siede all’ultimo posto, ha una cravatta rossa e dietro la sua testa ci sono delle case di mattoni.
Siamo andati al parco che dormivamo assieme, tutte le notti, da venti giorni, e in una gabbia c’erano dei cervi. Li abbiamo chiamati, si sono avvicinati, lei rideva, col viso appoggiato alla rete di metallo, ed io non guardavo più i cervi. Le ho chiesto di sposarmi e lei non ha risposto né sì né no. Il giorno dopo ha preso l’aereo ed è tornata da dov’era venuta.
«Stronza, sei una stronza. Avrai tutti i tuoi soldi con un unico assegno» dice e poi urla «Non sono ubriaco!».
Lo guardo e non gli credo.
Ha gli occhi chiusi e la testa è china sul finestrino. La cravatta è rossa, ma la sua faccia è più rossa della cravatta.
Sono quattro giorni che ho la febbre: mi è venuta e non è più andata via.
Sono andato al lavoro, ho finito col lavoro e sono tornato a casa e ho comprato una scatola di paracetamolo. Ho mangiato pane e formaggio e poi ho preso le medicine e mi sono messo nel letto. Ho sudato quattro maglie e il letto, i pantaloni e le mutande. Mi sono alzato per andare nel bagno e tremavo dal freddo e le scale erano buie e sono caduto.
«Non mi berrei mai i soldi dei miei figli. I tuoi sì, perché sei una stronza, ma quelli dei miei figli mai» dice e delle goccioline di sudore gli riempiono la fronte; i capelli sono castani, ma forse sono solo biondi e bagnati.
Le ho detto che avevo trovato una camera più grande, con una bella finestra. Le ho detto che le avrei preso un cane e dipinto la porta di rosa.
«Non farmi pressioni» mi ha risposto.
Le ho detto che poteva cominciare venendo per un po’, quando non aveva nulla da fare, per vedere com’è la vita qui.
«Non farmi pressioni» mi ha risposto.
Il tipo piange.
«Basta, per favore basta» sospira e le parole saltano e arrancano, rotte dalle lacrime. «Uno di questi giorni non vado al lavoro e mi butto sotto un treno» dice e poi apre gli occhi e credo stia guardando il cielo, attraverso il finestrino, stretto tra i tetti dei palazzi e quello del nostro bus, lì dove ancora esiste il cielo. Chiude gli occhi. La voce gli esce calma. «Dovrebbe interessarti, ero solo un ragazzo quando ti ho conosciuta».
Stendo le gambe, perché mi fa male la schiena.
Quando da bambino mi veniva la febbre desideravo con tutto me stesso di guarire e pensavo a quanto fosse bella la vita prima che m’ammalassi, nonostante toccasse svegliarsi per andare a scuola e non mi piaceva niente della scuola perché a me piaceva stare a casa con mia nonna e accompagnarla a fare la spesa.
Sono andato a fare la spesa e l’ho chiamata.
Le ho detto che per la prima volta nella mia vita avevo comprato le cose per la colazione e che ne avevo riempito un mobile. Le ho detto di venire, che gliela preparavo e gliela portavo a letto, perché avevo comprato pure il vassoio.
Ha riso.
«Mo’ vediamo» mi ha risposto ma io non ho visto nulla e le scatole di cereali là sono rimaste.
«Ok» dice il tipo.
Silenzio.
Il bus procede per la sua strada e la mia testa ondeggia così come il bus comanda.
Sono stanco e sono debole. Sento come se al di sotto della mia pancia non ci fosse più niente, come se non avessi le gambe, come se non avessi più i piedi.
Abbiamo fatto l’amore e dopo mi ha chiesto a cosa stessi pensando e le ho risposto che pensavo alle cose che avevo nel frigo e a quando scadevano.
«Non hai niente nel frigo» ha detto.
I vetri si appannano e lo sento russare. La testa è sempre nella stessa posizione ed è lunedì e mercoledì riceverà i suoi soldi e domenica sarà la vigilia di Natale e dati via quelli che deve dare comunque gli rimarrà qualcosa. Poi, vorrei dirle di amarci, che siamo giovani, ma la verità è che non mi sento più tanto giovane mentre lei giovane lo è davvero, forse per sempre.
Siamo vivi, viviamo, le direi, ma non ci parliamo più da una settimana.
«Pausa» mi ha detto.
Le ho risposto che si mettono in pausa le cose di cui si ritiene d’avere il controllo e che io non ritengo d’avere il controllo e che nemmeno lo voglio, perché preferisco che le cose comincino a cadere e che poi vadano sempre più veloci, fino a schiantarsi al suolo.
«Pausa» ha detto.
Il tipo smette di russare e si alza. Mi passa di fianco e scende prima le scale e poi dal bus. Con il palmo della mano pulisco il vetro appannato. Gli vedo la schiena e cammina cedendo a destra e poi a sinistra; ha il bavero della giacca alzato e la giacca è blu e i pantaloni sono dello stesso colore. Il bus lo supera, lentamente. Ha le mani nelle tasche e mi sembra, dalla posizione delle labbra, che stia fischiando mentre io sento solo il rumore del motore. Si ferma un attimo ed è come se aspettasse qualcosa e poi sputa per terra. Non lo vedo più.
Asciugo il palmo della mano sulla gamba destra. La pelle, tra un dito e l’altro, è completamente spaccata. Tra il pollice e l’indice sembra ci siano delle squame. Le mani sempre sotto all’acqua e poi il freddo ed è questo quello che succede. Il dorso è arrossato. Vicino al polso c’è un taglio che non ricordo come mi sono fatto ma si è rimarginato ed è rimasta una linea marrone che non credo andrà più via.
Una volta ha detto ch’era da tempo che le piacevo, da molto prima che ci parlassimo per la prima volta. Che le piacevo e non sapeva il perché ma che poi m’aveva visto le mani e come le muovevo e che quindi lo aveva capito ed ora sono io a chiedermi il perché, di tutto, di qualsiasi cosa, ogni volta che mi guardo le mani.
Sono entrato in un negozio ed ho comprato ventiquattro sterline di crema. La più costosa.
Sulla confezione ci sta scritto che non sono stati fatti test sugli animali.
Non credo che la crema stia funzionando e poi mi è venuta la febbre e domenica sarà sempre la vigilia di Natale.

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