Salvarsi le ossa con la letteratura: Lisa Ginzburg e Jesmyn Ward

Dal 16 aprile trovate in tutte le librerie Salvare le ossa, il romanzo (tradotto per noi da Monica Pareschi) con cui Jesmyn Ward ha vinto il National Book Award nel 2011 e con cui iniziamo la pubblicazione della trilogia di Bois Sauvage. Le strade che portano ai libri sono infinite e una delle domande che un editore si sente rivolgere più spesso è proprio “Ma come avete fatto a scovare questo autore?”. Nel caso di Jesmyn Ward, la strada per il bayou di Bois Sauvage parte da New York: a indicarcela, Lisa Ginzburg, scrittrice, traduttrice e lettrice editoriale. È lei che ci ha fatto conoscere l’opera di Jesmyn e oggi Lisa ci racconta di quando le capitò di farsi curare dalle sue parole che, durante la lettura, le entravano sottopelle, per non lasciarla mai più.

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Ci sono libri che entrano sottopelle per non andarsene più, libri che incontri e poi ritrovi, magari a distanza di anni, e come succede rincontrando i veri amici (che sono pochi, a un certo punto lo impari) il tempo sembra non essere passato. L’emozione è la stessa, se possibile, anzi, amplificata da distanze che nel frattempo hanno scavato solchi di memoria, tracce nel pensiero più aperte ad assorbire la bellezza assoluta di un grande romanzo.

SALVARE LE OSSA. Ero a New York, in un momento orribile della mia vita, il più buio, la morte aveva fatto irruzione, la più impensata e atroce da sopportare, e camminare tra i grattacieli di Manhattan, camminare dall’alba alla notte senza più sentire le gambe, né i pensieri, m’era parsa l’unica soluzione, l’unico viaggio, il solo rimedio placebo. Ero lì, a Brooklyn, e i miei ospiti (discreti, attentissimi, amorosi) me lo hanno messo tra le mani, “Leggilo, forse ti farà bene”. Ore insonni divorandolo a letto; altre nei caffè, nelle soste delle mie marce disperate. La lingua di Jesmyn Ward, quell’inglese meraviglioso, così preciso e ampio insieme, dettagliato ma poetico, quella storia epica e drammatica ma piena di vita che è la trama di Salvage the Bones, ecco mi era entrata dentro. Sottopelle. Quanto, con quale intensità, in che indelebile modo me ne accorgo più ancora adesso, quasi cinque anni dopo, ritrovandolo nella mia lingua, l’italiano, nella bellissima traduzione di Monica Pareschi.

SALVARE LE OSSA. Un libro che cura: perchè dice la vita, e la morte che incombe e arriva, e l’amore che riempie, e il sesso che graffia e scortica e scalfisce, e i presagi che scavano solchi, e il mondo degli umani: in tutta la sua grandezza, e miseria, e inutilità, e grandissima utilità. Un libro che mi curò allora, con la sua forza travolgendo tutto (l’uragano è già lì) , riuscendo a distogliermi da un lutto che rischiava di portarmi via. Mi curò allora come mi accarezza oggi, oggi che sto meglio, molto meglio, e la luce delle parole, la musica di questo affresco straordinario torna a colpirmi, a riempirmi di ammirazione e di meraviglia.

Sottopelle. La vita per fortuna va avanti, ma la pienezza dell’incontro con un vero romanzo (raro, come rari sono i veri amici) ha la stessa luce di un incontro d’amore.

Entra sottopelle. Non se ne va più via.

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