#DiLavoroLeggono #2 – Fare casa a casa

Prosegue il nostro viaggio attraverso le professioni della lettura, raccontate dagli stessi protagonisti. Dopo Alessandro Mazzina, il lettore editoriale che si definisce “un killer del giudizio”, tocca a Gioia Guerzoni, traduttrice e scout, splendida voce italiana di moltissimi autori tra cui, per noi, David James Poissant, Jenny Offill, Megan Mayhew Bergman e Sarah Manguso.

Buona lettura!

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“Camminare qui vuol dire tenere l’equilibrio sulle macerie”. È una frase che ho sentito pochi giorni fa in un documentario meraviglioso fatto con le foto di Alessandro Scotti, sul terremoto dello scorso anno in centro Italia. Fa parte di un proget­to non solo interessante e insolito, ma anche coraggioso, fatto con molta testa e molto cuore da un gruppo di persone per un periodico dai più – compresa me – snobbato come “femminile”. Prima lezione, mai fermarsi alle apparenze.

Non so bene perché, ma mentre fissavo quella frase sullo schermo ho pensato a un traduttore, un uomo alto, di una certa età, tipo Koudelka, che cercava di rimanere in piedi avanzando su giganteschi cumuli di macerie. Ma i blocchi di cemento e mattoni erano tasselli dello Scarabeo, e man mano il traduttore li raccoglieva in una grande sacca e poi, dopo giorni e giorni di fatica, cercava un punto in cui ricostruire la casa di lettere dell’alfabeto.

Mira Schendel, Tangled Alphabets, 1972

Il giorno dopo mi è venuto in mente che qualche anno fa, forse tre, avevo scritto una cosa sul “fare casa”, sulla mia facilità di star bene ovunque, di riuscire a lavorare in treno, in aereo, in una stanzetta anonima a Karachi, a Bombay o al Cairo.

E poi mi è successo di fare casa in un posto ancora più difficile. I dettagli sono personali e poco pertinenti qui, ma per un anno mi è sembrato di camminare sulle macerie. Tutto scivolava via, si rompeva, tutto era precario, instabile, sul punto di esplodere. Molto fuori ma anche dentro di me. Ovviamente lavoravo, e parecchio, forse più del solito. Mi sono letteralmente rinchiusa nel mio lavoro, come se fosse una stanza. Non era più il fare casa ovunque perché sto bene dappertutto, era farmi una casetta di traduzione, tipo quelle di pan di zenzero, per proteggermi. E in effetti ha funzionato. Leggere i pdf che mi arrivavano dall’Italia, parlare al telefono nella mia lingua con gli editor – molti ormai amici, dopo anni di revisioni e letture insieme – non era solo un vantaggio che mi aveva permesso di vagabondare per anni, era proprio una salvezza. E nei dodici mesi in cui sono stata via, ho imparato cose altrettanto salvifiche, come l’importanza delle amicizie femminili traducendo Elisa Albert (che poi ho conosciuto di persona ed è diventata davvero un’amica, con telefonate e messaggi e libri che volano sopra l’oceano), o a conservare oggetti e ricordi traducendo Andanza di Sarah Manguso, a capire cosa significa essere stranieri grazie ai racconti di altrove di Mia Alvar. E soprattutto, stando via, ho imparato la forza di non andare via.

Sognavo spesso la mia casa mentre ero via. Una casa luminosa, spoglia, con un grande divano su cui gli amici si spiaggiano volentieri e di cui molti hanno le chiavi. Una casa di cui non me ne era mai fregato un granché proprio perché andavo via appena possibile. E soprattutto perché davo tutto per scontato, perché c’era: come gli amici, i colleghi, come gli editor simpatici, come la mia lingua, come la pace (non in senso metaforico, proprio quella cosa che è il contrario della guerra). Tutto quello che non avevo mentre ero via.

Quando poi sono tornata nel mio paese e nella mia casa, tutto mi sembrava più nitido, più vivo, come se avessi sempre addosso gli occhialini 3D, anche se erano le stesse cose che vedevo e facevo da anni e decenni: leggere i pdf di notte, tradurre nella mia casa bianca e silenziosa, vedere gli amici editor di cui ormai conosco un po’ i gusti, e con cui è facile parlare la stessa lingua, o forse è una cosa più animalesca, come sentire l’odore degli stessi libri che ci piacciono.

Quando mi piace un libro che ho in lettura vado un po’ in agitazione, mi emoziono, come quando da piccola stavo per ore a pescare con la canna da pesca nel caldo torrido e zanzaroso di un laghetto insalubre e non abboccava neanche un alborella. Poi a un certo punto zac! Il galleggiante affondava, uno, due volte. Poi spariva del tutto. Bisognava stare attenti, concentrati, girare piano il mulinello, poi più forte, cercando di capire come si muoveva la trota o la carpa. Mio fratello, che mi aveva insegnato a pescare, lo chiamava “sentire la vibrazione.” Mi scoppiava il cuore vedendo tutto quell’argento, oppure l’oro, che guizzava. Ecco, con i libri è un po’ la stessa cosa. Sentire la vibrazione giusta di un autore, vedere l’oro, è molto emozionante.

Comunque, grazie alle letture, al lavoro di traduzione, agli autori che ho tradotto e alle persone con cui ho parlato, ho imparato a fare casa stando a casa, che per me non era tanto scontato. E sì, ho perso delle cose, anche importanti, ma non una casa o un paese, come nei terremoti, o una lingua, come quest’artista indiana che avevo scoperto a Documenta mille anni fa, Zarina Hashmi. L’opera qui sotto, la casa ripiegata, piegata, o anche fallita, secondo il dizionario, era su una cartolina che tenevo sempre vicino al computer quando ero via (e anche adesso). Lei ha scritto una cosa bellissima: me la immagino, un’ottantenne argento e oro che, tra un disegno e l’altro, ascolta le poesie in urdu su youtube ed è felice. “The biggest loss for me is language, specifically poetry. Before I go to bed lately, thanks to YouTube, I listen to the recitation of poetry in Urdu. I jokingly say I have lived a life in translation.”

Zarina Hashmi, Folded House, 2015

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