#DiLavoroLeggono – Il mestiere di lettore editoriale

Oggi cominciamo a pubblicare una serie di post dedicati alle professioni della lettura, per accompagnare il progetto Di lavoro leggo e per farvi curiosare un po’ dietro le quinte di questa macchina bizzarra, complessa e affascinante chiamata “editoria”.

Il primo pezzo è firmato dal nostro Alessandro Mazzina, che per noi ha letto e scovato un sacco di libri e autori, da Bull Mountain di Brian Panowich a In gratitudine di Jenny Diski.

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Ho iniziato a collaborare per un grande gruppo editoriale di Milano su suggerimento di un amico che mi aveva invitato a inviare un cv alla redazione per candidarmi come lettore. Da allora sono trascorsi quasi venti anni e sono cambiate molte cose intorno a noi. Quella casa editrice esiste ancora, ma appartiene a un altro gruppo editoriale e non è più fisicamente dove si trovava. Ci sono stati smottamenti e fusioni (anche se le facce dei protagonisti sono sempre le stesse), e io nel mio piccolo ho attraversato numerose redazioni, conosciuto molte persone, e promosso e bocciato migliaia di testi. I manoscritti li portavano ancora i pony express e il pony che bussava alla porta di casa mia tutti i giorni (lavorava per il grande gruppo) mi vedeva così tanto da decidere di confidarmi la sua appartenenza – soltanto qualche anno prima – a una famosa banda organizzata di criminali finita tragicamente sulla cronaca milanese. Voleva che scrivessi un romanzo su di lui e sui suoi trascorsi. Ci siamo incontrati con regolarità per qualche mese, conservo ancora i nastri registrati e gli atti processuali, ma la sua storia si è confusa con le trame dei numerosi libri che ho letto.

Adesso i pony express che attraversavano la città da una parte all’altra non si vedono più, si vedono solo i foodora, i libri arrivano in file e rimangono nella memoria del tablet e il mio amico non so dove sia finito.

Un tempo, invece, si leggeva solo su carta. Non avevo ancora un figlio e le centinaia di pagine in inglese che ricevevo ogni settimana le consegnavo all’asilo delle mie nipoti, dove diventavano carta da riciclo per far esprimere i bambini e non incidere sull’ambiente e le misere risorse scolastiche.

Ogni giorno valutavo più manoscritti, e per diverse case editrici. Veloce e pieno di entusiasmo. Leggevo di tutto e senza farmi troppi problemi. Di me apprezzavano il giudizio schietto e la capacità, credo, di individuare nel mucchio le potenzialità commerciali di un libro. Una volta però ho collaborato per una società che valutava script e sono stato rimproverato perché avevo stroncato una sceneggiatura di un libro che avevo letto e apprezzato molto; ero entrato nei dettagli delle cose che non funzionavano e non avevano gradito. Da lì non mi hanno più chiamato: i produttori avevano già investito sulla sceneggiatura, poi diventata un flop cinematografico che ha condotto anche una famosa coppia di attori italiani sul punto di crisi.

Ma torniamo alle case editrici che mi commissionavano le letture, tutte alla ricerca disperata del best seller, il colpo sicuro che avrebbe premiato gli editor trasformandoli in star.

Inviavano chili di carta in pacchi marroni con l’etichetta adesiva del marchio editoriale e il mio nome scritto a pennarello. Storici, thriller, romanzi sentimentali e di avventura, libri sulla natura, distopici, gotici, erotici; qualsiasi cosa, pur che vendesse. Non lesinavano sulle spese e non avevano alcuna sensibilità ecologica. Io leggevo tutto e non sbagliavo quasi mai. Ero un killer del giudizio.

Così, con il tempo, mi hanno promosso a consulente di fiducia e ho iniziato a lavorare solo sui manoscritti urgenti, libri corteggiati da tutta la grande editoria e da valutare alla velocità della luce (poche ore al massimo). A volte arrivavano soltano proposal, nemmeno libri, o i primi capitoli di fantomatici capolavori con quotazioni già alle stelle e ancora da scrivere. Altre volte un solo libro, ma accompagnato dalla scheda dettagliata della serie dei cinque sequel, ovviamente da acquistare in blocco. E poi libri di grandi autori scritti da ghostwriter, o di sconosciuti dietro cui si nascondevano autori affermati. E libri di cantanti, vallette, personaggi televisivi, giornalisti, sportivi famosi; se c’era il Grande Nome, gli editori per cui lavoravo acquistavano a occhi chiusi.

Molti libri pagati cifre adesso impossibili, non venivano neppure pubblicati. Le aste mettevano a dura prova tutti, ma piuttosto che lasciare all’avversario si comperava qualsiasi cosa. E spesso senza neppure averlo mai aperto. Erano tempi in cui a un esordiente si dava quanto oggi si dà a uno scrittore affermato.

Sono cambiate molte cose, ma non ho nostalgia, la mia condizione è qualitativamente migliorata. Sto parlando di qualità del lavoro, di cura e di progetto editoriale. Grazie a dio non valuto più thriller di serial killer psicotici e manuali su come addestrare il proprio cane (ne ho letti a decine, sono un esperto), e ogni scelta, a differenza di prima, viene ponderata e discussa con cura.

Quando mi capita di raccontare della mia professione, i lettori che non conoscono bene le dinamiche o il mercato editoriale ne rimangono affascinati (sembro io stesso un affabulatore di storie); mi chiedono di libri che non sono usciti sul mercato italiano, così divento uno storyteller di libri belli e inediti; un resuscitatore di storie. Allora, una volta a casa, ritorno indietro e spulcio tra i miei appunti e se trovo qualche libro che avevo promosso ma non era stato preso in considerazione, o peggio, comperato e lasciato in cantina, cerco di ridargli vita e lo sottopongo all’attenzione dell’editore che contatta l’agente per vedere se è ancora libero. Ogni tanto va bene e con calma riusciamo a trasformare un rifiuto in un piccolo successo.

La mia professione è nata da un suggerimento di un amico e dall’amore per la letteratura, ma valutare un testo professionalmente è una cosa molto diversa dal leggerlo per piacere. All’inizio soppesavo ogni parola e riempivo pagine e pagine di appunti. Mi sembrava tutto importante. Le mie schede di valutazione erano così lunghe e dettagliate che hanno dovuto chiedermi di diventare più sintetico. Quando bisogna valutare, la sintesi è molto apprezzata nelle redazioni; un libro deve funzionare in una logline. Di un romanzo è importante delineare con chiarezza i punti di forza e di fragilità della trama, dei personaggi e della struttura; cogliere i nuclei tematici; valutare l’uso e la qualità della lingua, del tempo e del ritmo, e, infine, capire e indicare che fetta di mercato rappresentano; dove e come
posizionarlo.

Quando lavoravo per le grandi case editrici, la mia privilegiata consulenza era schiacciata dai meccanismi della grande distribuzione. Non venivo messo a conoscenza del piano editoriale e delle scelte strategiche dell’editor. Leggevo, scovavo e consigliavo libri, ma senza sapere che fine facessero, e solo a distanza di settimane o di mesi scoprivo che erano stati comprati o congelati. Adesso, invece, è diverso. non esiste questa separazione, sono coinvolto nel piano editoriale annuale.

Un consulente deve sapere di cosa l’editore ha bisogno, che cosa sta cercando, quali sono i suoi criteri di ricerca e i suoi gusti. Dovrebbe inoltre avere un’idea piuttosto precisa anche del mercato editoriale e di cosa pubblicano gli altri editori, delineare i vuoti e i bisogni del mercato e, prima di decidere di sposare incondizionatamente un testo, o un autore, fare una ricerca e capire se la pubblicazione è possibile e ha un senso. Fare una lettura emotiva che tiene in considerazione solo i propri gusti, sebbene alti, può essere fuorviante. Nella mia carriera precedente ho promosso, e talvolta difeso, libri che mai avrei comperato come acquirente. Libri distanti dai miei gusti, ma con un senso editoriale preciso (magari sbagliato). Il rischio maggiore per un consulente editoriale è quello di meccanizzare la lettura e arrendersi al cinismo. Si legge tanto, talvolta troppo, spesso anche cose brutte, e una dietro l’altra, di fila, e dopo un po’ ci si sente stanchi e la lucidità vacilla.

Poi, improvvisamente, o forse neanche troppo, arriva il libro che sovverte ogni regola. Il libro che ti colpisce in pancia e ti lascia lì, tramortito; il libro che ti fa reinnamorare dei libri e della vita e che ti fa alzare la cornetta e chiamare l’editore. Il libro che anche se sai che venderà poco, sai anche che andrà bene. Sai che farà contento l’editore, e i lettori; soprattutto loro, i lettori. E anche te.

Penso a Sarah Manguso e a Jenny Diski, ma anche a Tom Drury e a Brian Panowich. A come sono stati scoperti e all’entusiasmo della prima lettura, e a cosa poi ha significato lavorarci sopra e farli arrivare al pubblico. Perché esiste un legame che lega libri ad altri libri, autori ad altri autori, e un legame ancor più forte – e questo sì visibile – che lega le scelte dell’editore ai suoi lettori. La fortuna di un libro, infatti, non dipende solo dalla sua bellezza: un libro bello può andare male, se pubblicato male. Servono molte energie, tanto lavoro, per portare un libro ai lettori.

È sempre il contenitore a fare la differenza, e le persone che lo abitano. E un lettore lavora bene solo se ha un rapporto di fiducia e stima con il suo editor. Cercare, consigliare e leggere libri, discuterne con progettualità, è ancora quello che faccio e quello che mi interessa. Sono trascorsi quasi venti anni dal mio primo giudizio, e anche se a furia di leggere sul tablet mi sono rovinato gli occhi, anche se sono un po’ meno coercibile e un po’ più sgamato, le mie antenne sono sempre al lavoro e quando intercettano un libro bello… be’, sono ancora scintille e palpitazioni.

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