Io, Ray e Unocchio. Storia di un libro e di molti cani

I cani scelgono i padroni come i libri scelgono i lettori. Lo sa bene Alessandro Mazzina, il nostro super lettore, che oggi ci racconta perché fiore frutto foglia fango, l’esordio di Sara Baume tradotto per noi da Ada Arduini, sia stato un libro così importante per lui, fin dalle prime righe. Una storia, quella di Alessandro, fatta (ovviamente) di cani, libri, famiglia e ricordi. Buona lettura!

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Mi trovi un martedì, il giorno del mio solito giro in città. Sei appiccicato con lo scotch alla vetrina di un rigattiere. Una foto del tuo muso straziato e, sotto, la scritta CERCASI PROPRIETARIO PAZIENTE E COMPRENSIVO, NO ALTRI ANIMALI O BAMBINI SOTTO I 4 ANNI.

Unocchio davanti alla casa di Ray – Foto di Sara Baume

Ho letto decine di volte queste righe e non solo perché le trovo belle, ma anche perché mi hanno ricordato di quando – ormai più di dieci anni fa – uno dei miei cani mi ha scovato a centinaia di chilometri di distanza, dall’interno di una piccola gabbia in cui stava insieme alle sue due sorelle e dove, probabilmente, avrebbe trascorso il resto della sua vita.

Non è stato un caso: il suo “CERCASI PROPRIETARIO PAZIENTE E COMPRENSIVO” ha percorso mezza Italia, mi ha caricato in macchina e trascinato da lei, nell’ultima gabbia dell’ultimo corridoio di un canile in provincia di Roma.
La proprietaria del posto era una donna belga che, dopo essersi allontanata da un monastero di clausura, aveva deciso di dedicare la propria vita ai cani. Sono venuto a conoscenza della sua storia anni dopo, da una volontaria che mi aveva contattato per chiedermi di partecipare con un’offerta al rescue del canile.

La mia compagna aveva avuto la brillante idea di festeggiare simbolicamente la chiusura di un documentario con l’adozione di un nuovo cane, per far compagnia al Dalmata rimasto improvvisamente solo. E così, oltre al computer e agli hard disk del montaggio, ho caricato in auto anche il cane, mentre la mia compagna rimaneva tranquillamente a Roma e io diventavo il suo padrone per sempre.

Anche la mia Mala (battezzata così da una bambina croata; “mala” in croato significa “piccola”) se ne stava giù, bassa, e si trascinava quasi pancia a terra, come se trasportasse un enorme blocco di paura; anche lei, un cucciolo abbandonato in una scatola senza aver mai ricevuto l’affetto della madre, mi osservava con attenzione e sussultava al minimo movimento rapido; anche lei ha russato e grugnito piano, la ninna nanna roca di uno strano animale il cui posto sarebbe la cucina; e ha dormito sul divano e la mattina mi ha lasciato un dono a terra.

I cani scelgono i padroni come i libri scelgono i lettori e con fiore frutto foglia fango di Sara Baume è andata così. Sin dall’inizio, dalle primissime pagine, ho avuto la sensazione che Ray – il protagonista malvestito e con la barba spelacchiata, i piedi grossi e goffi – fosse un vecchio del quartiere dove vivevo da ragazzo, un uomo alto e dinoccolato che in zona conoscevano tutti per via del piccolo esercito di cani, una decina in tutto, di cui si circondava.

Ricordo che viveva in un appartamento che si affacciava sul retro della casa in cui stavo con la mia famiglia. Non aveva moglie e figli, non che io sapessi, e sul suo conto si mormoravano le cose più strampalate. La comunità lo reputava un soggetto strano, sebbene non pericoloso; una specie di barbone pacifico; un drop out che si aggirava per le strade della zona col suo seguito di cagnolini acciaccati e spelacchiati.

Lo deridevano tutti, ma per me, nella mia immaginazione di adolescente invasato di libri, era uno dei paisanos di Plan de la Tortilla di Steinbeck, un personaggio rimbaudiano che si era sottratto agli obblighi della società.

Trascorrevo ore affacciato alla finestra della mia camera a spiarlo mentre parlava con i suoi cani e spostava dentro e fuori casa i numerosi oggetti recuperati per strada. Era un accumulatore seriale e il suo appartamento era una galleria di oggetti abbandonati.

Devo a quel vecchio se Ray è diventato sin da subito parte della mia vita, un ricordo con un volto e un corpo preciso, e il suo cane, Unocchio, la sintesi informe del seguito indisciplinato dei suoi randagi acciaccati. Il passo, poi, per trasformare il suo giro ossessivo e invariabile dell’abitato nella fuga in macchina per l’Irlanda di Ray è stato breve; a quel punto, e senza volerlo, ero dentro una storia che aveva il suono di una musica intima e la scansione di un tempo già percorso.

Trascorro con cani e libri gran parte delle mie giornate. C’è stato un tempo, molto tempo fa, in cui giudicavo con eccessivo sarcasmo chi parlava con gli animali; ora sono i miei cani ad ascoltare il mio monologo affettuoso e le parole lette ad alta voce. E ogni tanto mi chiedo che cosa pensino di me e del mio incessante bisbigliare, e che cosa pensano i miei vicini e gli estranei che ogni volta mi vedono parlare con cani diversi.

Sì, perché da qualche anno, nella casa fuori Milano in cui vivo con la mia compagna e mio figlio di sette anni, ospito cani per fare compagnia alla mia cagnolona. In realtà tutto è nato dal tentativo di arginare l’istinto compulsivo della mia compagna, cresciuta tra i cani e incontenibile nel desiderio di averne tanti. Ogni tappa della sua vita è costellata da storie di cani e il mio piccolo si è nutrito dei racconti di Yuke, Simba, Turbine, Mussi, Nikita, Astro, Doghi, Violet, Artemisia, Pizza, Nutella, Bionda, Lilla. Quando ci siamo conosciuti ne aveva tre e ogni tanto, a distanza di anni dalla loro morte, andiamo a piantare una rosa nei campi qui intorno dove sono stati seppelliti.

C’è poi il fatto che nel mio percorso lavorativo, e senza che lo chiedessi, ho letto e valutato decine di manuali di addestratori, allevatori e esperti di cani. Erano libretti ripetitivi e di scarso valore, ma ricchi di aneddoti e di buoni consigli. Mentre li leggevo, circondato da cani, cercavo di applicarne le regole, e sempre con esiti disastrosi; era chiaro anche a loro che non mi interessava che mi dessero la zampa. Soltanto anni dopo, rileggendo Lorenz, ho placato il mio desiderio di addestratore, accontentandomi di quattro o cinque comandi.

I cani riconoscono le intenzioni degli esseri umani, le annusano ancor prima che si manifestino, e rispettano non chi urla, ma chi è in grado di proteggerli e difenderli. Anche Mala, la lupa asociale che vive nel giardino dei nonni – a cui l’abbiamo dovuta affidare, obbligati dal nostro veterinario dopo la nascita di nostro figlio – ha imparato a fidarsi di lui: lei che temeva più di ogni altra cosa i movimenti imprevedibili dei bambini. Come Unocchio. Come Ray.

Prima che Spill Simmer Falter Wither di Sara Baume mi stanasse, sui cani e sui libri pensavo di sapere tutto, o quasi. Certo non immaginavo che una giovane ragazza irlandese amante della natura e degli animali, una scrittrice al suo esordio, potesse insegnarmi qualcosa.

Ricordo che mentre leggevo il libro consultavo assiduamente il suo blog – ora non più visibile – dove, oltre ai suoi lavori artistici e al resoconto dettagliato degli oggetti che raccoglieva in riva al mare (soprattutto boe e conchiglie, come Ray), c’erano le foto di tutti i cagnolini di plastilina che aveva creato ogni giorno dal momento in cui aveva spedito il manoscritto al primo editore fino a quando il romanzo era stato pubblicato: centinaia di piccoli Unocchio.

Sculture di plastilina di Unocchio – Foto di Sara Baume

Anche quelle sculture mi erano familiari e mi ricordavano le “one minute standing sculptures” di didò che facevo con mio figlio, battezzate così per via del suo pugno devastatore.

Come per lei, anche per me, sono dovuti trascorrere molti giorni – e cani e libri – prima che si decidesse di pubblicarlo.

Stagioni: fiori frutti foglie fango.

Con un cambio di stagione annunciato da così pochi segnali, come fanno le piante a sapere quand’è ora di fiorire? Perché le piante sono più intelligenti delle persone e non mettono mai in discussione le cose che sanno né cercano di confutarle in ogni modo.

Adesso, mentre Maisha si agita nel sonno e una cucciolona di Bloodhound in prestito mi sbava sulle gambe, a distanza di quasi due anni dalla prima lettura, mi stupisco ancora di fronte a questo canto di solitudine e amore, un disperato e odoroso road movie senza meta e speranza.

E mi chiedo se Unocchio sarebbe felice di accoccolarsi ai miei piedi, correre nei campi insieme a me lungo il fiume, smuovere terra e sradicare ciuffi di erba, tuffarsi nelle rogge, fiutare tracce di animali e infilarsi nei buchi per stanare nutrie e se anche a me, come Ray, toccherebbe “mettermi a scavare a mia volta, per scavarlo fuori”.

E poi a come si comporterebbe con il mio bambino, con Maisha e con gli altri cani? E mi chiedo se sarebbe abile a catturare topi – un buon “piccolo cacciatore di ratti” – e se anche io, come Ray, lo lascerei “correre, correre, correre e ascoltare le foreste e i campi”; me lo chiedo mentre corro, corro, corro e i miei cani si tuffano e stanano prede e si inzuppano di fango, per poi addormentarsi ai miei piedi coccolati dal mio brusio di lettore solitario e mi dico, senza volerlo vi ho addestrato, ma anche voi avete addestrato me.

Vorrei poterti insegnare a leggere. Vorrei potessi capire quando ti leggo qualcosa.

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