#DilavoroLeggono #4 – Danilo Di Termini e le Songbook

Prosegue il nostro viaggio attraverso le professioni della lettura raccontate dalla viva voce dei protagonisti. Oggi è il turno di Danilo Di Termini, l’uomo che sta dietro le nostre songbook: oggi Danilo di racconta la sua vita di lettore, intessuta di bellissime coincidenze tra musica e letteratura.

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Non ho mai pensato che leggere potesse diventare un lavoro. E non lo penso neanche adesso, tanto da sentirmi quasi in colpa quando lo faccio. Anche perché ho sempre letto moltissimo: se non ero costretto a fare i compiti o impegnato a giocare con un pallone, mi mettevo a leggere. Qualunque cosa, i fotoromanzi della mamma, i Tex di papà o i Topolino di Carlo che abitava al piano di sopra e ne aveva tantissimi; anche i libri, certo, quelli che arrivavano in casa, per il compleanno o per Natale. Li rileggevo fino a saperli a memoria e li conservo ancora (in particolare e per amore, cito Ventimila leghe sotto i mari e Capitani coraggiosi). Non ho particolari meriti: c’è un tratto ossessivo – o, se vogliamo essere più indulgenti, enciclopedico – nel mio carattere che unito al terrore della Noia mi ha condotto naturalmente verso la lettura, in tempi in cui la televisione si poteva guardare dalle 6 del pomeriggio (anche qui nessun merito, prima di quell’ora non c’era niente). Crescendo ho continuato a leggere (passando per Selezione del Reader’s digest, il Club degli Editori, le bancarelle di libri usati di piazza Colombo a Genova) e quando ho scoperto che l’attività si conciliava con l’altra mia ossessione che andavo maturando in quegli anni, cioè la musica, ho iniziato a farlo in contemporanea (inevitabilmente perdendo qualcosa di qua o di là, ma pazienza, il tempo è tiranno, si sa).

Alla lettura devo molto: lei c’è sempre stata, quando ero solo e mi aggiravo per le aule universitarie con il Sillabario n. 1 di Goffredo Parise (Medusa Mondadori) dandomi un tono da intellettuale, in realtà cercando solo di attirare l’attenzione della bionda del primo banco (volete sapere com’è finita: ho comprato anche il Sillabario n. 2, ma non è servito a niente; però i libri li ho conservati); o quando a militare dovevo far passare le ore di guardia (era vietato, ma come trascorrere due ore in una garitta senza un libro in mano?); o per il mio primo lavoro, commesso in un negozio di dischi, ottenuto grazie anche ad all’amicizia con il proprietario, formidabile lettore che di qualche anno più grande mi consigliava e prestava Stephen Zweig e Georges Simenon, prima di chiedermi di gestire una sezione di dischi usati. E c’è stata anche, inevitabilmente, quando sono finito a lavorare come ufficio stampa in un teatro: che a pensarci bene è un po’ come un tempio della lettura ben fatta.

E a quel periodo che risale la scoperta di Furore di Steinbeck: accompagnato dallo sgomento di chi si domanda come abbia potuto vivere senza fino a quel momento, mi sono ritrovato a pensare a quanta musica ci fosse tra quelle pagine. E ho cominciato ad annotare a margine, titoli di canzoni che mi venivano in mente, suggestioni, interi brani come questo:

Listen to the motor. Listen to the wheels. Listen with your ears and with your hands on the steering wheel; listen with the palm of your hand on the gear-shift lever; listen with your feet on the floor boards. Listen to the pounding old jalopy with all your senses; for a change of tone, a variation of rhythm may mean—a week here? That rattle—that’s tappets. Don’t hurt a bit. Tappets can rattle till Jesus comes again without no harm. But that thudding as the car moves along—can’t hear that—just kind of feel it. Maybe oil isn’t gettin’ someplace. Maybe a bearing’s startin’ to go. Jesus, if it’s a bearing, what’ll we do? Money’s goin’ fast.

Ascolta il motore. Ascolta le ruote. Ascolta con le orecchie e con le mani sul volante; ascolta con il palmo della mano sulla leva del cambio; ascolta con i piedi sulle assi del pianale. Ascolta con tutti i sensi il vecchio catorcio sferragliante; perché un cambio di tono, un’alterazione di ritmo può significare… una settimana qui? Quel ticchettio… sono le punterie. Niente paura. Le punterie possono ticchettare fino al Giorno del Giudizio senza nessun pericolo. Invece quel rumore sordo in sottofondo… non lo senti con le orecchie, però lo senti. Può essere una perdita d’olio. Può essere un cuscinetto che sta saltando. Gesù, e se è un cuscinetto che facciamo? I soldi vanno via come l’acqua.

O quest’altro:

Well, I get off there. Sure, I know you’re wettin’ your pants to know what I done. I ain’t a guy to let you down.” The high hum of the motor dulled and the song of the tires dropped in pitch. Joad got out his pint and took another short drink. The truck drifted to a stop where a dirt road opened at right angles to the highway. Joad got out and stood beside the cab window. The vertical exhaust pipe puttered up its barely visible blue smoke. Joad leaned toward the driver. “Homicide,” he said quickly.

Ecco, io scendo lì. Ma lo so che crepi dalla voglia di sapere che ho fatto. Tranquillo, non ti pianto in asso.” Il rombo del motore si affievolì e il canto degli pneumatici sull’asfalto scese di tono. Joad prese di nuovo la fiaschetta e bevve un sorso veloce. Il camion rallentò fino a fermarsi davanti a una strada sterrata che incrociava la nazionale. Joad scese e si appoggiò al finestrino. Il tubo di scappamento verticale sputacchiava il suo fumo azzurrognolo quasi invisibile. Joad si allungò verso l’autista. “Omicidio,” disse rapidamente.

(Ho messo la traduzione – di Sergio Claudio Perroni, sapete come ci teniamo in NN ai traduttori – perché quella volta l’ho letto in italiano; solo tempo dopo mi sono appropriato della versione originale)

Il primo è un mostruoso esempio di cosa significhi scrivere con ritmo e musicalità, il secondo, cinque righe, sono un testo a cui manca solo la musica adatta per farne una meravigliosa canzone. All’epoca conoscevo già Woody Guthrie, ma non il suo album Dust Bowl Ballads pubblicato nel luglio del 1940 (attenzione alle date) ispirato proprio a (o da) Grapes of Wrath: il libro era stato premiato alla sua uscita, nel 1939, col National Book Award, il film di John Ford era uscito nel marzo del 1940 (vincerà due Oscar), l’anno in cui Steinbeck aveva vinto anche il Premio Pulitzer: questo per dire che non avevo scoperto proprio niente e anzi, arrivavo buon ultimo (e di molte spanne sotto).

Ma tant’è l’idea mi aveva colpito così che da quel giorno in ogni libro, o quasi, non ho più potuto fare a meno di annotare e sottolineare, di leggere addirittura in modo del tutto diverso. E quando Bruce Springsteen nel 1995 pubblicò il disco The Ghost of Tom Joad, più di mezzo secolo dopo il romanzo (Tom Joad è il protagonista di Furore, lo dico per i fortunati che devono ancora scoprirlo), ancora una volta capisco di essere in ottima compagnia.

Passano gli anni (ma otto son lunghi diceva la canzone) e continuo a leggere e ad ascoltare musica, della seconda riuscendone quasi a farne un lavoro. Immagino un programma radiofonico in cui un libro venga raccontato attraverso la musica che più o meno esplicitamente contiene. Ne parlo con Eugenia Dubini, che da qualche tempo sta lavorando alla nascita di NN; e quando l’avventura inizia è lei a farselo tornare in mente e a propormi di farne una sorta di rubrica sul sito della casa editrice. Con Sembrava una felicità di Jenny Offill (e forse non ci poteva essere libro migliore, con il futuro compagno della protagonista che lavora in radio e “fa paesaggi sonori della città”) nascono ufficialmente le mie colonne sonore immaginarie, le Songbook, in cui la magnifica ossessione ha finalmente trovato il suo scopo (ed è arrivata alla venticinquesima realizzazione con il libro di Tom Drury, A caccia nei Sogni).

Nel 2015 ci ritroviamo in NN a “Fare casa con la musica dei libri”: parlo delle mie Songbook con l’amico Nicola Pedone e da quell’esperienza ci viene l’idea di una trasmissione in cui proporre passi di romanzi, racconti, poesie in cui appaia la radio. Nasce “La Radio tra le Righe” – che va in onda su Radio3 in occasione di BookCity 2016 e 2017 – e la lettura si trasforma ancora una volta in musica (e lavoro?) con la fortuna di scoprire brani come questo tratto da Le ceneri di Angela di Frank McCourt:

Dopo il notiziario cominciano le trasmissioni delle forze armate americane e è un sogno sentire quelle voci americane tranquille e sciolte eppoi la musica, oh, man, la musica di Duke Ellington in persona che mi dice di prendere l'”A-Train” fin dove Billie Holiday canta solo per me:

I can ‘t give you anything but love, baby,

That’s the only thing l’ve plenty of, baby.

Oh, Billie, Billie, voglio stare in America con te e con tutta quella musica, in America dove nessuno ha i denti marci, dove la gente lascia da mangiare sul piatto, dove ogni famiglia ha un gabinetto e tutti vivono felici e contenti.

E la signora Purcell fa: Sai che ti dico, Frankie?

Che cosa, signora Purcell?

Che Shakespeare è così bello che sicuramente era irlandese.

E qui mi fermerei, mi sembra di averVi già rubato troppo tempo, con tutte le cose belle che ci sono da leggere…

(Forse non vi avevo detto che mi piace anche scrivere?)

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