I soldati entrano nella casa. La guerra di Brian Turner

C’è un capitolo de La mia vita è un paese straniero che Brian Turner legge spesso, durante le presentazioni. È il capitolo 49. Lo conoscete tutti, impossibile non ricordarselo. “I soldati entrano nella casa, i soldati entrano nella casa”. Quel ritmo ripetuto e sincopato, che con tensione sempre crescente alterna riferimenti alla cultura pop propri della vita normale a segnalatori luminosi, occhiali per visione notturna, porte sfondate a calci e compiti di matematica, poesia e esplosioni, film di guerra e militari che, in guerra, sono morti. Magari proprio lì, vicino a te.

In questi giorni Brian è in tour in Italia (qui trovate tutte le date, tra Milano, Parma, Padova e Firenze) e noi oggi vi riproponiamo quel passo, nella splendida traduzione di Guido Calza. Consigliandovi di leggerlo proprio come lo legge Turner: a voce alta, all’inizio piano, in tono dimesso, quasi incredulo, poi con sempre maggior intensità, affrettando le parole, accumulando oggetti e situazioni, portando l’atmosfera al calor bianco, fino alla fine.

Va tutto bene, piccoli. Va tutto bene.

Buona lettura.

Brian Turner legge “La mia vita è un paese straniero” alla Libreria Modusvivendi di Palermo

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I soldati entrano nella casa, i soldati entrano nella casa.
I soldati, determinati e annoiati e brucianti di adrenalina, entrano nella casa fra grida e bestemmie e lampi d’arma da fuoco, miccia detonante e munizioni a palla da 5,56mm. I soldati entrano nella casa con il camuffamento pixellato, le manette flessibili, luci chimiche, segni sulle porte, nastro isolante. I soldati entrano nella casa in ghillie suit e fucili di precisione Remington, segnalatori luminosi Phoenix e occhiali per visione notturna, laser invisibili a occhio nudo, pale di elicottero, missili Hellfire, bandoliere fissate al torace. I soldati entrano nella casa un gruppo di fuoco alla volta, e nel battersi sono sgarbati, brutali, sleali, che poi è l’unica maniera di combattere. I soldati entrano nella casa con la bandiera del loro paese cucita sulla manica dell’uniforme. Entrano nella casa con Toledo e Baton Rouge stampato sulle suole in gomma degli anfibi. Entrano nella casa e gridano «Tesoro, sono arrivato!» e «C’è Jooohnny!». I soldati entrano nella casa discutendo di Monday Night Football e delle poppe saltellanti delle cheerleader dei Dallas Cowboys. I soldati entrano nella casa e sulla lingua hanno la passera e la gnocca, la tana e la bernarda. I soldati entrano nella casa con i libri nelle tasche dei pantaloni tecnici, Fanteria dello spazio e Black Hawk Down, Eravamo giovani in Vietnam. I soldati entrano nella casa Straight Outta Compton o con Eminem che dice: Look, if you had one shot, or one opportunity. Entrano nella casa con il piede sinistro, entrano nella casa come si entra nei cimiteri o nei posti sporchi. I soldati entrano nella casa con le loro brave polizze di assicurazione compilate e sottoscritte, con l’indicazione dei beneficiari, con le ultime volontà e i testamenti sigillati in buste marroni a mezzo mondo di distanza. I soldati entrano nella casa subito dopo aver comprato una coppia di marmitte cromate su eBay per la Mustang che li aspetta coperta da un telo in un garage a nord di San Francisco. I soldati entrano nella casa con appena nove crediti guadagnati per un diploma dell’università del Maryland. Danno un calcio alla porta ed entrano nella casa e intanto si ricordano delle grigliate in giardino. Danno un calcio alla porta mentre cullano fra le braccia le loro sorelline. Danno un calcio alla porta e tirano su i toboga e le canoe dai pendii e dai laghi del Minnesota. Danno un calcio alla porta e fanno entrare i cavalli dalla stalla, legandoli al tavolo di cucina. I soldati entrano nella casa con la maestra Ingram della seconda classe alla Vinland Elementary School. I soldati entrano nella casa con la professoressa Garoupa del corso di Inglese della Madera High. I soldati danno un calcio alla porta ed entrano nella casa e fra le braccia hanno tutti i compiti a casa che hanno fatto nella loro vita. Entrano nella casa e si siedono a rimuginare sulle equazioni di secondo grado, sul metodo socratico. I soldati entrano nella casa per sedersi a terra incrociando le gambe mentre la famiglia li guarda, guarda i soldati che li interrogano e dicono Come si dice “amico” in arabo? Come si dice “amore”? Come si dice che il soldato semplice Miller è morto, che il soldato semplice Miller ha dei buchi nella testa? E come si dice “fantasmi” in arabo? E in quanti vivete qui dentro? E i fantasmi sostengono il partito Baath? I fantasmi sono a favore delle forze della coalizione? I fantasmi sono qui con noi in questo momento? Potete dirci dov’è il loro arsenale e dove dormono di notte? E cosa potete dirci di Alì Babà? Alì Babà è qui vicino? I soldati entrano nella casa e si tolgono gli anfibi impolverati e dallo zaino tattico tirano fuori una raccolta di poesie, Iraqi Poetry Today, e si mettono a leggere ad alta voce. Dicono i soldati: «Insomma la guerra è questo: va tutto bene». Dicono: «I missili bombardano le città, e gli aerei dicono addio alle nuvole». I soldati si tolgono i giubbotti antischegge e spengono le ricetrasmittenti. I soldati sorridono e si stirano, uno di loro sbadiglia, un altro chiede una seconda tazza di chai. I soldati danno cioccolato ai bambini spaventati nella penombra della casa. I soldati danno cioccolato ai bambini spaventati e insegnano loro a dire fuck you e a fare il dito medio. I soldati recitano poesie mentre nella stanza vengono portati vassoi di chai e tè e sigarette. I soldati, lì nel soggiorno a lume di candela, con gli uomini iracheni in età da soldato legati con le manette flessibili, in ginocchio, con i sacchi sulla testa, leggono versi di Iraqi Poetry Today. I soldati spengono gli occhiali per visione notturna e posano a terra i caschi imbottiti mentre i bambini spaventati fingono di mangiare il cioccolato che hanno ricevuto, con le madri che li zittiscono quando si mettono a piangere. E i soldati, uomini del Kansas e della California, di Tacoma e College Station – quei soldati si sfilano i guanti neri per convincere i bambini spaventati che non intendono far loro del male, per mostrare come sono fatti i soldati americani, capaci di portare una brocca d’acqua agli uomini legati e incappucciati perché possano bere, fra poco, se ci sarà tempo, e di leggere per loro poesie, poesie irachene che dicono, tradotte in inglese: “Fra momento e momento, fra sangue e sangue. Va tutto bene”. Va tutto bene, dicono i soldati. I soldati danno un calcio alla porta ed entrano nella casa e legano gli uomini in età da soldato e zittiscono le donne e i bambini spaventati e bevono le cucchiaiate di zucchero sciolto nel chai bollente e si sfilano gli anfibi puzzolenti e si tolgono i giubbotti antischegge e accatastano le armi e spengono gli occhiali per visione notturna e dicono ai bambini spaventati, sottovoce, con i palmi aperti nel gesto più tenero che hanno da offrire, gli occhi marroni come le colline che portano ai monti, oppure azzurri come i fiumi che portano al mare: «Va tutto bene, piccoli, va tutto bene».

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