L’11 settembre di Sarah Manguso

Ognuno di noi ha il suo ricordo dell’11 settembre. Cosa facevamo, con chi eravamo, a cosa stavamo pensando prima che il primo aereo colpisse la Torre Nord del World Trade Center. Come quasi tutti gli episodi della sua vita, anche quel giorno per Sarah Manguso è strettamente legato, nel ricordo, a Harris Wulfson.

Questo è il racconto dell’11 settembre di Sarah (da Il salto, traduzione di Gioia Guerzoni).

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Dopo sei mesi a Manhattan mi ero trasferita a Brooklyn, vicino all’East River. Mi svegliai quando gli aerei avevano già colpito le torri. La televisione non funzionava. Il ripetitore era un cumulo di macerie.
Mentre mi vestivo e preparavo la macchina fotografica, Harris mi chiamò.
Una gigantesca nuvola di piume bianche si spostava a est, da Lower Manhattan, nel cielo perfettamente azzurro.
Camminammo fino al fiume. Sull’altra sponda adesso c’era un edificio solo invece di due. Feci due foto alle fiamme in cima.
La gente aspettava muta in Kent Avenue. Ogni due o tre isolati si sentivano le radio delle auto, e Harris e io restammo in strada, in attesa, in ascolto, a guardare la torre che bruciava.
Non fissavamo la torre come se fosse in televisione. La guardavamo, distoglievamo lo sguardo, parlavamo un poco. Le persone saltavano giù dalle finestre come angeli.
Una donna vicino a me gridava, Oh mio dio, oddio, oddio, oh mio dio e passarono vite intere prima che mi rendessi conto che la torre stava crollando. Guardai il bagliore di centinaia di vetri che esplodevano.
Il tetto crollò di colpo, cancellando un piano dopo l’altro, a fisarmonica, ma mi è rimasto in mente solo perché ricordo di aver pensato bagliore e fisarmonica.
Ovviamente ci sono molti video delle torri che cadono e potrei guardarli subito online, ma per quanto ne so nessuno è stato filmato da Kent Avenue, dove eravamo noi.
Harris mi accompagnò a casa, cingendomi le spalle con il braccio sinistro. Tutte le linee della metro che portavano a Manhattan erano ferme. Certe stazioni erano piene di cadaveri, di fiamme.
Camminammo fino a Greenpoint, poi prendemmo la metro G fino a Long Island City, poi la Long Island Railroad fino a Jamaica e poi da lì fino a New Hyde Park, dove la madre di Harris venne a prenderci e ci portò fino a Great Neck.
Ci preparò delle bistecche, aprì una bottiglia di vino americano, e mangiammo dolci guardando Manhattan alla tv.
Il giorno dopo Harris e io andammo in spiaggia con un paio di amici che stavano lì vicino, dai loro genitori. Le onde erano gigantesche. Persi gli occhiali da sole e fui travolta da un cavallone. Sul fianco mi spuntò un livido rosso, gonfio.
L’atto di guerra, quell’unica storia era l’unico argomento dei notiziari quindi restammo in acqua tutto il giorno anche se c’era vento forte. In una giornata diversa ci saremmo resi conto che il mare era troppo mosso.
E ovviamente tutti i ricordi di quella mattina sono stati riscritti da quello che è successo poi: il mio amico, che era rimasto con me e mi aveva aiutato, che mi aveva abbracciato mentre ci lasciavamo il fiume alle spalle e camminavamo verso la città, era morto.

2 pensieri su “L’11 settembre di Sarah Manguso

  1. Ho letto e apprezzato molto questo romanzo (come ho avuto modo di spiegare nella mia recensione). Sopravvivere alla perdita di una persona cara che ha scelto di morire (anche se in realtà la scelta non è detto che sia del tutto voluta) può essere una condizione difficile da accettare; ci si può sentire in colpa, come se fosse anche nostra la responsabilità di ciò che è accaduto. Un romanzo intenso, che fruga nelle pieghe più recondite del rimpianto.

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