In viaggio con Papi. La nota di Vittoria Martinetto

Spesso succede che le storie non ce la facciano proprio a stare ferme: come i personaggi di cui raccontano le vite tumultuose, o come le lingue in cui quelle vite trovano voce. Per questo le traduzioni diventano, talvolta, dei viaggi. Vittoria Martinetto ha lavorato sul testo di Papi tra Grecia, Colombia e Milano e nella nota del traduttore in calce al romanzo ci racconta il suo viaggio nelle parole di Rita Indiana.

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di Vittoria Martinetto

Arrivo in Grecia ieri, a Milos, nelle Cicladi. Questo, apparentemente, non c’entra con Rita Indiana, senonché mi arrivano oggi via mail le seconde bozze di Papi, che vanno consegnate entro una settimana, e così si materializza pure lei davanti a questo mare. Non mi dispiace per niente: lavorare all’ombra di un pino marittimo, ascoltando il frinire esausto delle cicale è un’allettante alternativa alla scrivania in città. Poter lavorare ovunque è una delle meraviglie di questo lavoro, che compensa la sua precarietà nel tempo: fra vent’anni forse qualcuno rivedrà la mia versione, o ne produrrà una nuova, è il destino di molte traduzioni, forse dovrebbe esserlo di tutte. Ma non è degli effetti collaterali del tradurre che volevo parlare, bensì banalmente del fatto che le traduzioni non stanno mai ferme perché possono viaggiare insieme a chi le realizza, visto che non hanno fissa dimora in senso lato.

Di Rita Indiana e del suo stile, che ho definito trash meraviglioso, ho già detto, quindi vi rimando a I gatti non hanno nome (sempre NN, ovvio, 2016). Qui riferisco solo dei viaggi che Papi ha fatto insieme a me. Quando mi è stata affidata la traduzione, circa nove mesi fa, ero in partenza per Cartagena de Indias, in Colombia, così ho messo in valigia anche Rita e me la sono portata dietro. Per due mesi ho lavorato davanti a un altro paesaggio, stavolta caraibico, molto simile a quello in cui la scrittrice dominicana ambienta i suoi romanzi. Ero, inoltre, immersa nella sua lingua, anche se non va fatta confusione: sempre di spagnolo si tratta, e di spagnolo americano, ma spesso, dinanzi a qualche espressione gergale un po’ strong delle sue, perfino i colombiani che intervistavo nella speranza di chiarimenti non avevano la minima idea di cosa stessi parlando. In America Latina, infatti, bastano poche centinaia di chilometri per creare equivoci e dare luogo a interpretazioni fantasiose, tale è la diversità linguistica e umana che la cultura imposta più di cinque secoli fa dai conquistatori non ha potuto uniformare. Anzi. La lingua, una volta attecchita, si è ribellata a modo suo ed è fiorita in un lessico variopinto e spettacolare, che nel tempo non smette di arricchirsi, com’è giusto che sia, poiché anche la lingua non sta mai ferma e viaggia in lungo e in largo. La lingua di Rita Indiana, ad esempio, se ne frega di limiti e frontiere: è rigogliosa ma asciutta, armonica ma elettronica, straniante ma familiare; è quasi, diremmo, una lingua “illegale”, modellata sulle iperboli smodate dei suoi personaggi. Parla spanglish come Papi e i suoi infidi soci, porta giubbotti sgargianti e catene d’oro, è kitsch e prorompente come le unghie e le acconciature delle molte fidanzate di Papi, accumula termini come si accumulano auto, gadget, stivali e bigliettoni verdi nella quotidianità di Papi, è mistica e delirante come i gesti e le invocazioni delle moltitudini di seguaci di Papi, è tecnica come un manuale di istruzioni di un videogioco i cui protagonisti sono i mostri o gli eroi delle avventure di Papi…

Viaggiare con Papi e dentro la sua lingua, infine, mi ha portata a Milano, una caldissima giornata di luglio in cui insieme a Fabio Cremonesi abbiamo rivisto e discusso la mia traduzione. Perché se tradurre è mettere in circolazione (far viaggiare!) un testo che abbiamo amato e vogliamo condividere con i potenziali lettori, niente di meglio che lavorarci anche un po’ in compagnia, condividendo gli inevitabili dubbi ed esitazioni con chi capisce molto bene di cosa stiamo parlando. Infine, un applauso a questa casa editrice che si diverte a far lavorare i traduttori come revisori e viceversa, mandando olimpicamente a quel paese rivalità e protagonismi, che con questo lavoro di certosina umiltà non hanno davvero nulla a che fare.

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