Tradurre Il salto: Sarah Manguso e Gioia Guerzoni

Giovedì 16 marzo troverete in libreria Il salto. Elegia per un amico, il romanzo-memoir in cui Sarah Manguso fa i conti con il dolore per la scomparsa del suo amico Harris J. Wulfson, gettatosi sotto un treno della Metro-North di New York in seguito a un episodio psicotico. Tradurre un testo come Il salto significa maneggiare una materia complessa, calda e delicata, fatta di amicizia, rabbia, lutto, memoria, sensi di colpa, intimità. Significa dover gestire parole precise, sincere e necessarie. Gioia Guerzoni ha raccontato la sua esperienza di traduttrice del dolore nella nota in calce al libro, che oggi vi proponiamo in anteprima.

Buona lettura!

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Nota del traduttore

Gioia Guerzoni

Ho tradotto Il salto in un periodo un po’ insolito, di grandi cambiamenti: paese, casa, vita nuova. In breve, un periodo in cui avevo la pelle più sottile. Ho pianto moltissimo mentre traducevo, e non sono una persona che piange facilmente. O forse sì, fa parte della mia nuova pelle. Non ero commossa, ero scossa. Sono convinta del potere delle parole, e che è importante maneggiarle bene, con cura e delicatezza. Possono fare male o curare. Le parole di Sarah Manguso sono necessarie e semplici. A parte i contesti clinici, le sue parole siedono sulla pagina con una compostezza che non è mai fredda, anche se a prima vista può sembrarlo. Sono parole ripulite dalla drammaticità, ma solo superficialmente perché, sotto, le emozioni brillano di una luce potente, calda. Ho ripensato spesso a Emily Dickinson, e a quello che gli amici, e le loro lettere, significavano per lei. “Caro amico, una lettera mi è sempre parsa come l’immortalità, perché non è forse la mente da sola senza compagno corporeo?”.

Ecco, le parole contenute in questo memoir / saggio / confessione / analisi / elegia / autopsia di Manguso sono per me immortali. Amicizia, dolore, lutto, memoria, malattia, morte. Immortali perché sono materia della vita quotidiana, delle storie, di tutta la Storia. Perché sono sincere. Perché sono precise, perché traducendole sentivo che erano pensate, e poi scritte, con cura e delicatezza. Perché maneggiare il dolore, sia esso scritto o tradotto, è faticoso, a volte quanto provarlo. Ma è necessario. E quindi sentivo ancora di più il peso, la responsabilità del mio lavoro.

A cosa serve il dolore?

Spiegazione meccanica: il dolore sposta la mia attenzione su una ferita o un trauma e si placa quando la ferita viene medicata o il trauma risolto. Il dolore della perdita si attenua se sostituisco quello che ho perso o mi adatto ad accettare la perdita per sempre.

Spiegazione evolutiva: il dolore è un sottoprodotto dell’attaccamento negli animali sociali. Il dolore della perdita mi insegna a prevenire la potenziale perdita di un familiare.

Spiegazione religiosa: Dio, creatore di tutto, sa. La vita è soltanto una sfida, ben presto tornerò in paradiso.

Spiegazione reale: l’amore rimane. Non c’è altro conforto.

Traducendo il lutto e l’amicizia ho toccato il loro valore. Ci vuole coraggio per scrivere queste cose. La lingua di ciascuno è fatta di pensieri, e di parole dette e ascoltate e di sentimenti provati nel tempo che si stratificano, come nelle grotte. Penso di essere stata in un certo senso costretta a inseguire l’autrice che si calava negli abissi del dolore, come una speleologa, e io dietro, con la lucina sulla fronte. Ho dovuto, per forza, trovare lo stesso coraggio, ripensare ai miei lutti e alle mie amicizie, entrambi numerosi, per scegliere le parole giuste nella mia lingua.

Ma poi, insieme, siamo uscite dalla grotta, e l’ultima parola del libro, guarda caso, è fortunata.

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