Come nasce un titolo: Il salto di Sarah Manguso

Il 23 luglio 2008, alle 22.48, Harris J. Wulfson si getta sotto un treno della Metro-North di New York. Dieci ore prima era scappato dall’ospedale psichiatrico in cui si era ricoverato volontariamente in seguito al terzo episodio psicotico della sua vita. Nessuno sa cosa Harris abbia fatto in quelle ultime dieci ore, dove sia stato, cosa abbia pensato. E nessuno potrà mai sperare di riuscire a scoprirlo.

Vorrei dire che dalla vita di Harris mancano dieci ore, ma non è esatto. Semplicemente, quelle ore hanno fatto parte della sua vita, la sua soltanto.

Per questo la storia che Sarah Manguso racconta in Il salto. Elegia per un amico non è la ricostruzione di quelle ultime dieci ore, né un’indagine sulle ragioni e le dinamiche del suicidio di Harris; non è la biografia di un amico scomparso o la rievocazione nostalgica di un’amicizia perduta. Il salto è qualcosa di più complesso, come complessa è la genesi del suo titolo originale: The Guardians. Un titolo che (caso più unico che raro) nasce molto prima della storia che intende raccontare. Prima ancora, anzi, che quella che intende raccontare diventasse una storia.

The Guardians (Farrar, Straus & Giroux, 2012)

 

Chi sono i guardiani? La domanda è inevitabile; non a caso è la prima a cui Sarah Manguso si ritrova a rispondere, in un’intervista rilasciata a «The Rumpus» nel 2012, poco dopo la pubblicazione del libro. Si tratta forse dei custodi dell’ospedale psichiatrico, che avrebbero dovuto presidiare le porte chiuse della struttura per evitare che Harris fuggisse? O dei suoi amici, a cui spettava il compito di vigilare sulla fragilità di Harris, di non lasciarlo a se stesso, di mantenerlo, in un certo senso, in vita?

Niente di tutto questo. I guardiani non sono figure responsabili del passato, ma del presente. I guardiani siamo noi.

I guardiani sono le persone sopravvissute a Harris – quelli di noi che sono ancora vivi, rimasti a gestire le conseguenze della nostra sopravvivenza.

Nell’intervista, Sarah rivela di lavorare intorno all’idea dei guardiani da molto tempo. Già nel 2003, cinque anni prima della morte di Harris, impiega il titolo The Guardians per una lunghissima poesia che non mostra mai a nessuno. Ci ritorna su nel 2006: in quel caso è il titolo di lavoro di un progetto di ricerca sul suo trisnonno siciliano orfano, che però finisce nel nulla; e ancora nel 2007, per un romanzo che, anche in quel caso, non vedrà mai la luce.

Poi Harris muore. Tre anni dopo Sarah riesce a fare i conti con la sua scomparsa, scrive il libro e lo intitola, finalmente, The Guardians.

Come tradurre in italiano un titolo così ricco di riferimenti personali e di sottotesti tanto peculiari? I titoli sono il regno indiscusso del “Lost in translation”: due lingue diverse caricano parole identiche di significati e connotazioni spesso inconciliabili, perciò la scelta tra il mantenimento della versione originale e la sostituzione con qualcosa che provi a essere simile e al tempo stesso completamente diverso è il momento più sofferto della chiusura di un libro.

“Guardians”, in particolare, in italiano si può tradurre con “guardiani” o “custodi”. Nel primo caso, la parola è la stessa, ma nella nostra lingua il termine fa pensare più facilmente a un portiere o un portinaio, se non addirittura una guardia carceraria. Nel caso di custode è ancora peggio: qui il termine assume, oltre a quelle, anche una coloritura religiosa, cattolica, che richiama agli angeli custodi. Insomma, mantenere quel titolo rischiava di portare con sé un po’ troppi fraintendimenti.

Così abbiamo provato Spiriti, o Gli spiriti custodi, ma il risultato era lo stesso.

Dopo averci pensato molto, abbiamo deciso di cambiare completamente il titolo e la nostra prima idea è stata proprio quella che ora trovate in copertina: Il salto – Elegia per un amico.

In italiano il termine “salto” non è usato solo per indicare un vero e proprio salto. La parola contiene in sé un senso di passaggio, una transizione, un’emozione forte che porta a mettere in atto un movimento sorpreso, stupefatto; inoltre ha anche un significato “geometrico”, spaziale, di vicinanza, di infinito. Di intimità. Infine può indicare, materialmente, il balzo fisico compiuto da Harris al momento di lanciarsi sotto il treno.

 

Abbiamo pensato che, unito all’immagine di Dan Cristian Lavric in copertina, un titolo come Il salto avrebbe reso perfettamente il senso di commozione, di movimento, di eternità racchiusa in un interminabile istante che Sarah ha cercato di esprimere nel suo libro. Gliel’abbiamo spiegato e lei è rimasta commossa dalla nostra interpretazione.

Ed ecco perché il libro che, da giovedì, avrete tra le mani (nella traduzione di Gioia Guerzoni) si intitola così. Buona lettura!

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