Brian Panowich, Bull Mountain: anteprima sulla montagna

Da oggi in tutte le librerie Bull Mountain, l’esordio di Brian Panowich. Tra crime e southern noir, whiskey, sterminate piantagioni di marijuana e laboratori clandestini di metanfetamina, armi, biker e guerre tra fratelli, la saga della famiglia Burroughs si sviluppa lungo tre generazioni all’ombra di una montagna su cui, decenni prima, si sono scatenati demoni che continuano ancora oggi a perseguitarne i membri.

Un romanzo che ha il passo delle serie tv e le atmosfere di Breaking Bad, True Detective e Fargo. E in cui tutto comincia così, un mattino del 1949, all’alba.

Buona lettura!

****

CAPITOLO PRIMO

Western Ridge, Johnson’s Gap Bull Mountain, Georgia 1949

1.

«Famiglia» disse il vecchio tra sé e sé.
La parola aleggiò nell’aria in uno sbuffo di respiro gelido prima di svanire nella nebbia di inizio mattina. Riley Burroughs adoperava quel termine come un mastro falegname ricorre a un martello. Talvolta con colpetti leggeri per insinuare il proprio modo di pensare nella testa dei suoi, oppure con la delicatezza di un maglio da cinque chili.
Il vecchio stava su una sedia a dondolo di legno che oscillava avanti e indietro con un lento cigolio sulle assi di pino della veranda, malconce e imbullonate insieme. La baita era uno dei tanti capanni da caccia edificati nel corso degli anni dalla famiglia Burroughs in ogni angolo di Bull Mountain. Suo nonno, Johnson Burroughs, aveva costruito proprio quello. Rye s’immaginò l’anziano capoclan seduto in quel punto preciso mezzo secolo prima e si domandò se avesse mai sentito la testa così pesante. Era sicuro di sì.
Tirò fuori dal cappotto l’astuccio con il tabacco e si rollò una sigaretta sul grembo. Da quando era ragazzino veniva sempre laggiù per assistere al risveglio di Johnson’s Gap. Sul presto il cielo era un livido viola. Il coro caotico di rane e grilli stava cedendo il posto al canto degli uccelli e al brulichio degli insetti: un cambio di guardia nel bosco. In mattine tanto fredde, la nebbia che ammantava i viticci di kudzu sembrava una coperta di cotone, talmente fitta che non riuscivi a vederti i piedi mentre l’attraversavi. Rye sorrideva sempre al pensiero di poter guardare dall’alto le nuvole che la gente comune contemplava dal basso. Probabilmente a Dio succedeva lo stesso.
Alle sue spalle il sole aveva già cominciato a sorgere, ma quella gola era l’ultima a esserne sfiorata. L’ombra del Western Ridge abbassava la temperatura di altri dieci gradi rispetto al resto della montagna. Solo nel pomeriggio avanzato il calore avrebbe sciolto la brina che splendeva sugli alberi. La spessa tettoia di rami di quercia e pino silvestre veniva penetrata solo da sporadiche e sottili lame di luce. Da bambino credeva che i raggi brillanti e tiepidi sulla pelle fossero le dita del Signore, scese dal cielo a benedire quel luogo. Ma da adulto non ci credeva più. Forse solo i marmocchi e le donnette potevano prestare fede a tali sciocche superstizioni ma, secondo Riley, se un dio da catechismo aveva il compito di proteggere quella montagna, allora se ne occupava di rado.
Il vecchio restò seduto a fumare.

2.

Il rumore di pneumatici sulla ghiaia gli guastò la mattinata. Rye spense la sigaretta mentre il malandato Ford pick-up del fratello minore si fermava sul vialetto. Cooper Burroughs scese afferrando il fucile dal supporto sul lunotto. Cooper era il suo fratellastro, nato quasi sedici anni dopo di lui, ma non si sarebbe mai detto osservandoli fianco a fianco. I due condividevano i lineamenti squadrati del padre in comune, Thomas Burroughs, ma avevano le guance segnate dal peso della vita su Bull Mountain: sembravano molto più vecchi di quanto non fossero. Cooper si calcò il cappello sulla chioma rossa e arruffata e prese lo zaino dal sedile anteriore. Gareth, il figlio di nove anni, spuntò dal lato del passeggero e fece il giro del pick-up per unirsi al padre. Rye scosse il capo emettendo l’ultimo sbuffo di fumo ghiacciato.
È tipico di Cooper trascinarsi dietro qualcuno se gli animi rischiano di scaldarsi. Sa che non gli darei una strigliata davanti a suo figlio. Peccato che non sia mai così sveglio quando serve davvero.
Rye scese dalla veranda e spalancò le braccia.
«Buongiorno, fratello… e nipote».
Cooper non gli rispose subito e non si preoccupò di nascondere il disprezzo. Arricciò le labbra e sputò ai piedi di Rye uno schizzo viscido di saliva mista a tabacco.
«Lascia perdere, Rye, tanto arriveremo presto al dunque. Devo mangiare qualcosa, non posso sopportare le tue stronzate a stomaco vuoto». Si pulì la barba dai rimasugli di saliva.
Rye piantò i tacchi nella ghiaia e strinse i pugni. Avrebbe sistemato la faccenda e al diavolo il ragazzino. Gareth si piazzò tra i due nel tentativo di mitigare la tensione. «Ciao, zio».
Dopo un paio di occhiatacce, Rye distolse lo sguardo dal fratello e si accovacciò per salutare il nipote. «Ciao, giovanotto». Non appena fece per abbracciarlo, Cooper spinse il figlio in avanti, su per i gradini della baita. Rye si raddrizzò e infilò le mani nelle tasche del cappotto. Tornò a scrutare solenne le querce dalle foglie appuntite e le macchie di aceri, ripensando al nonno. Se lo vide di fronte a osservare gli alberi, proprio come lui. A sentire lo stesso dolore nelle ossa. La mattinata si annunciava lunga.

3.

«Continua a strapazzare le uova». Cooper levò al figlio il cucchiaio di legno. Tagliò un pezzo di burro e lo lasciò cadere nella mistura gialla che ribolliva. «Continua finché non si saranno rapprese. Così, d’accordo?»
«Sissignore». Gareth riprese il cucchiaio e seguì le istruzioni.
Cooper mise lardo e pancetta a friggere in una padella di ghisa, per poi servire figlio e fratello, come se la sfida di poco prima a chi pisciava più lontano non fosse mai avvenuta. È così che funziona tra fratelli.
Fu Gareth a rompere il silenzio. «Papà mi ha detto che tanto tempo fa hai ucciso un grizzly sulla cresta della montagna».
«Sul serio?». Rye guardò Cooper, seduto a ingozzarsi di uova e carne fritta. «Tuo padre si sbaglia. Non era un grizzly, ma un orso bruno».
«Papà mi ha detto che l’hai stecchito con un colpo solo e che nessun altro ne sarebbe stato capace».
«Ne dubito. Ci saresti riuscito persino tu».
«Perché non c’è la testa attaccata al muro? Sarebbe stato un bel trofeo».
Rye aspettò che fosse Cooper a rispondere, ma il fratello non alzò gli occhi dal cibo.
«Apri le orecchie, giovanotto. Non volevo ammazzarlo. Non l’ho fatto per avere un trofeo o una storia da raccontare. Lʼho fatto per sopravvivere allʼinferno. Se lassù spari a un animale, meglio avere un motivo più che valido. Cacciamo per necessità. Solo gli idioti lo fanno per sport. Quella bestia ci ha scaldato e nutrito per mesi. Le dovevo pur qualcosa. Capisci cosa voglio dire?».
«Credo di sì».
«Le avrei mancato di rispetto se l’avessi uccisa solo per appendere un trofeo alla parete. Noi non ci comportiamo così. Non abbiamo buttato via nulla».
«Nemmeno la testa?».
«Nemmeno la testa».
«Hai sentito cos’ha detto lo zio, ragazzino?» intervenne Cooper.
Gareth annuì. «Sissignore».
«Bravo, perché è una lezione da imparare a memoria. Ma adesso basta parlare. Finisci la colazione e poi ci dedicheremo al resto».
Terminarono in silenzio. Mentre mangiavano, Rye studiò la faccia del nipote. Era un cerchio perfetto, con guance rosate a prescindere dal clima, spruzzate di lentiggini. Gli occhi erano incassati e stretti come quelli del padre. Se ne intuiva il colore soltanto se li spalancava. Erano gli occhi di Cooper, e anche la faccia di Cooper, a parte la barba marezzata, lo sporco… o la grinta. Rye si ricordò di quando il fratello era identico a Gareth. Gli sembrava passato un secolo.
Una volta che tutti furono sazi, i due adulti imbracciarono i fucili e stiracchiarono i muscoli intirizziti dal gelo mattutino. Cooper si chinò a sistemare il berretto di lana del figlio, così da coprirgli le orecchie.
«Non prendere freddo e non allontanarti» gli intimò. «Se ti ammali, tua madre mi farà il culo a strisce».
Il ragazzino annuì, anche se già eccitato e attratto dai lunghi fucili. Il padre lo aveva lasciato impratichirsi con il .22, perché si abituasse al rinculo e al mirino, ma lui voleva un’arma da grandi.
«Dai anche a me un fucile, papà?» chiese, grattandosi la testa dove il padre gli aveva abbassato il berretto.
«Senza non saresti in grado di sparare» ribatté Cooper, sollevando un .223 dalla mensola di pietra. Era usato ma pesante e compatto. Gareth lo afferrò e lo esaminò come gli era stato insegnato, sforzandosi di dimostrare che le raccomandazioni erano state utili.
«Andiamo» mormorò, e i tre si inoltrarono nel bosco.

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